Il dispensabile fumetto dell’estate: il XIII color fest di Dylan Dog

Dylan-Dog-Color-Fest-13

Memori dell’insegnamento della fase 1/2 del normale Dylan Dog (che ricalca forse quella dei film Marvel?), tutti gli sforzi sembrano concentrati nella copertina (stupenda) di Lorenzo Ceccotti. I disegni della prima storia, di Ambrosini, non sono malvagi, ma la storia (sempre di lui) si perde in salti temporali che creano confusione, a discapito di una storia, comunque, banale. In Attenti al Goblin, com’è tradizione del DydCF, Chiaverotti riprende un vecchio numero della serie regolare (il 45), ma è pretestuoso, non comprendendone il senso e senza disturbarsi a spiegare il motivo del ritorno di un personaggio, perché ora, perché stavolta, e cosa aveva fatto prima: tanto, ripescarlo non poteva dar fastidio in un universo senza una continuity vera e propria, come quello dylandoghiano. Persino la Barbato in Gargoyle, coi disegni di Burchielli, toppa alla grande, con una storia verbosa e farragginosa, pesante da digerire, che l’autoironico riferimento metaletterario al temibile spiegone, strizza l’occhio al lettore ma non lo fa sorridere, ma sbadigliare. Si chiude con Prigioniero, di Accantino che si è giovato dei disegni pittorici di Sicomoro. I disegni realistici valgono la pena ma non bastano a salvare una storia che, nonostante il tentativo di una mossa kansas city non riesce a salvare dal finale più che telefonato whatsappato. Una roba dimenticabilssima, insomma, niente di nuovo sotto il solleone di quest’estate dylaniata.

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